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Vittorio Cavaliere e Gian Arturo Rota, una serata tra vino e memoria di Luigi Veronelli

Una vigna salvata e pagine che continuano a parlare: due eredità che si intrecciano nel segno di Luigi Veronelli e che riportano al centro le sue idee. Perché ogni occasione è quella giusta per parlare del genio che ha ideato le De.Co.

Vittorio Cavaliere e Gian Arturo Rota, una serata tra vino e memoria di Luigi Veronelli

Il 27 agosto 2026, una serata tra amici alla Casina dei Preti di Conversano (BA) ha regalato un momento capace di raccontare, con naturalezza, il legame profondo tra vino, memoria e cultura del territorio. Protagonisti dell’incontro Vittorio Cavaliere, storico collaboratore di Gino Veronelli, e Gian Arturo Rota, autore della biografia del compianto enologo.

Al centro del racconto di Cavaliere, il “Nero Cavaliere“, un vino nato da una storia che ha il sapore della salvezza. Un contadino aveva deciso di estirpare la vigna che lo produceva; Cavaliere gli chiese di mantenerla in vita un anno in più, ottenendo pochissima uva. Da quella raccolta, però, presero vita 1883 bottiglie, realizzate con la collaborazione della cantina Polvanera e con un’etichetta firmata dal maestro Paolo De Santoli. Una storia che racchiude, in piccolo, lo stesso principio che anima le Denominazioni Comunali: la volontà di non lasciar morire ciò che racconta un territorio.

Dal vino il dialogo si sposta sul libro “Luigi Veronelli. La vita è troppo corta per bere vini cattivi” (Giunti, Slow Food Editore), di cui Arturo Rota ripercorre la genesi: un’opera che riunisce e organizza per temi e capitoli una parte significativa della vastissima produzione scritta di Veronelli, dalla quale è stato necessario selezionare i contenuti più rappresentativi. Nel 2024, dodici anni dopo la prima edizione, la casa editrice ha deciso di ripubblicarlo, proprio nell’anno in cui è venuto improvvisamente a mancare il coautore Nichi Stefi, una perdita dolorosa che ha portato con sé anche il peso di una responsabilità: portare a termine il lavoro in un modo di cui anche lui sarebbe stato orgoglioso.

Un momento informale che racchiude però il senso più autentico del lavoro di ANDeCo: dare voce a storie, persone e produzioni che, come il Nero Cavaliere o le pagine di Veronelli, tengono vive le identità dei territori.

 

 

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